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  • Il bando delle proroghe

    Il bando delle proroghe

    Chi ci guadagna davvero quando nessuno rispetta le scadenze?

    Conosco agricoltori che hanno chiesto un preventivo per un trattore e hanno visto la graduatoria quando quel prezzo non esisteva più.

    Nel frattempo erano aumentati i costi, erano cambiate le condizioni di mercato e, in alcuni casi, era cambiato persino il senso dell’investimento.

    Una cosa, però, era rimasta uguale.

    La proroga.

    In Sicilia ogni bando agricolo sembra seguire sempre lo stesso copione. Esce l’avviso, partono le consulenze, si riempiono gli studi tecnici, le organizzazioni professionali chiedono chiarimenti e la politica promette attenzione.

    Poi arriva lei, la proroga.

    E quello che doveva essere uno strumento per fare investimenti diventa lentamente un esercizio collettivo di attesa.

    Anche questa volta la storia si ripete.

    Il bando SRD01 mette sul tavolo quasi cento milioni di euro per migliorare la competitività delle aziende agricole siciliane. Non contributi simbolici, ma investimenti veri: impianti, cantine, magazzini, innovazione, energia.

    Eppure il dibattito si è spostato immediatamente dove in Sicilia si sposta sempre. Non sugli investimenti, sulle proroghe.

    La richiesta è semplice: più tempo.

    Può sembrare ragionevole, forse, in alcuni casi, lo è davvero.

    Ma c’è una domanda che nessuno sembra voler fare.

    Chi ci guadagna davvero da questo sistema?

    Di certo non le aziende.

    Partecipare a un bando richiede studi, progettazione, verifiche urbanistiche, business plan, rapporti con le banche e incarichi professionali. Prima ancora di sapere se si avrà accesso al finanziamento, un’impresa investe tempo e denaro.

    È normale, le competenze si pagano, i professionisti devono essere remunerati.

    Ma è altrettanto legittimo chiedersi quale sia il senso di produrre migliaia di pratiche quando l’esperienza ci insegna che soltanto una piccola parte verrà finanziata.

    Nella programmazione precedente si sono accumulate migliaia di domande per arrivare a finanziare poche centinaia di aziende.

    Migliaia di pratiche, anni di istruttorie, graduatorie interminabili, ricorsi, contenziosi.

    Alla fine non si è finanziata soltanto l’agricoltura.

    Si è finanziato soprattutto il sistema delle pratiche.

    Ed è qui che il tema diventa scomodo.

    Perché negli ultimi quindici anni la Sicilia ha costruito una vera economia della proroga.

    Un sistema in cui tutti dichiarano di voler accelerare i processi, ma quasi nessuno sembra davvero trarre vantaggio da regole rigide e tempi certi.

    La politica ottiene consenso promettendo aperture.

    Le organizzazioni professionali chiedono di allargare la platea, i tecnici continuano a produrre pratiche, gli uffici accumulano arretrati e le imprese aspettano.

    Aspettano le autorizzazioni, le banche, le graduatorie, i pagamenti.

    Tutti aspettano, tranne il mercato.

    Il mercato non aspetta mai e non aspettano nemmeno i costi.

    Perché il tempo, in economia, non è neutrale.

    Un preventivo valido oggi potrebbe essere inutile tra dodici mesi. I prezzi aumentano, i materiali cambiano, i macchinari costano di più. E quando finalmente arriva il finanziamento, il contributo rischia di essere già stato divorato dall’inflazione.

    La proroga non regala tempo, consuma valore.

    Eppure continuiamo a considerarla una soluzione.

    Le aziende agricole non hanno bisogno di bandi eterni.

    Hanno bisogno di certezze.

    Perché una cantina, un impianto irriguo o un nuovo magazzino non possono vivere nel calendario della burocrazia.

    Devono vivere nel calendario dell’impresa.

    Naturalmente esistono problemi reali. Le autorizzazioni arrivano in ritardo. Gli enti pubblici impiegano mesi. Le banche hanno procedure lente.

    Ma proprio per questo la risposta non può essere una proroga permanente.

    La risposta dovrebbe essere pretendere che la Pubblica Amministrazione rispetti gli stessi tempi che pretende dagli imprenditori.

    Perché oggi il paradosso è evidente, chiediamo efficienza alle aziende accettiamo inefficienza dalle istituzioni e quando il sistema si blocca, la risposta è sempre la stessa.

    Una proroga, un rinvio, un compromesso, fino al prossimo bando.

    Dove ricominceremo esattamente da capo.

    Forse il vero problema dell’agricoltura siciliana non è la mancanza di risorse, Non è la mancanza di idee, Non è nemmeno la mancanza di imprenditori è una cultura che da troppo tempo considera il tempo una variabile negoziabile.

    Abbiamo imparato a convivere con la proroga come si convive con una perdita d’acqua in casa.

    Non ripariamo il guasto.

    Mettiamo un secchio sotto la perdita.

    Il problema è che, nel frattempo, l’acqua continua a cadere.

    E quella che stiamo sprecando non è acqua.

    È il tempo delle imprese.